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Se Translational Music potesse parlarti

Se Translational Music potesse parlarti

Se Translational Music potesse parlarti, credo che non inizierebbe spiegandosi, e probabilmente non sentirebbe nemmeno il bisogno di farlo, perché tutto quello che è nato in questi anni non è mai partito dal tentativo di essere compreso, ma piuttosto dal bisogno, o forse dalla necessità,  di dare spazio a qualcosa che stava già accadendo.

Ripensandoci, la sensazione è che la musica sia arrivata prima della volontà di farla esistere.
Come se ci fosse stato un momento, molto preciso, in cui ho smesso di chiedermi cosa avrei dovuto fare e ho iniziato, semplicemente, ad ascoltare quello che stava emergendo.

E da lì qualcosa è cambiato.

Non in modo improvviso, non in modo eclatante, ma con una continuità quasi silenziosa, che però ha iniziato a trasformare il modo in cui guardavo le cose, il modo in cui sentivo, il modo in cui mi relazionavo a ciò che accadeva dentro e fuori di me.

Se Translational Music potesse parlarti, forse ti direbbe che non è nata come progetto.

Non c’era un’idea da sviluppare, un obiettivo da raggiungere, una direzione da costruire.

C’era piuttosto un’apertura.

E dentro quell’apertura hanno iniziato a prendere forma i brani, uno dopo l’altro, ognuno con una sua identità molto chiara, ma allo stesso tempo legato agli altri da qualcosa che non ho mai davvero cercato di definire.

Col tempo ho iniziato a vedere ogni album non come un risultato, ma come una fotografia di un passaggio.
Un momento preciso della Vita che, in qualche modo, ha trovato nel suono una possibilità per essere attraversato, osservato, forse anche compreso… ma non nel senso razionale del termine.

Quando è nata Translational Music, non stavo cercando di diventare qualcosa di diverso da quello che ero.
Stavo vivendo la mia vita da biologo, con tutto ciò che comportava, e improvvisamente si è aperto uno spazio in cui quella parte più intima, più fragile, che fino a quel momento non avevo mai condiviso, ha trovato una strada.

Non è stato un passaggio lineare.

C’è stato anche caos, disorientamento, la sensazione di perdere dei punti di riferimento.
Eppure, riguardandolo oggi, è stato esattamente ciò che ha permesso a tutto il resto di esistere.

Con Wingprinting ho iniziato a sentire con più chiarezza il tema della nascita e della rinascita, ma non come qualcosa di straordinario, bensì come un processo continuo, che accade anche nei momenti più ordinari, se siamo disponibili a riconoscerlo.

La Danza della Vita mi ha portato ancora più vicino a questa idea di movimento costante, a questa dinamica in cui tutto cambia forma e nulla resta davvero fermo, e in cui forse la vera difficoltà non è il cambiamento in sé, ma il modo in cui cerchiamo di trattenerlo o di controllarlo.

Con Love Seeds è emersa una qualità diversa, più sottile, meno definibile, che ha a che fare con l’amore non come concetto, ma come esperienza diretta, qualcosa che si riconosce più che si spiega.

L’Albero della Musica mi ha riportato a una dimensione ancora più essenziale, dove il contatto con la natura non è qualcosa di esterno, ma una condizione a cui apparteniamo, anche quando ce ne dimentichiamo.

E poi Spirito Libero, che forse è il passaggio più delicato, perché ha a che fare con il lasciare andare ciò che ci ha accompagnato fino a un certo punto, senza avere la garanzia di ciò che verrà dopo.

Se Translational Music potesse parlarti, credo che non cercherebbe di dirti cosa devi sentire mentre ascolti.

Forse ti inviterebbe a portare l’attenzione su quello che accade, momento per momento, mentre la musica si muove.
Su come reagisce il corpo, su quali immagini emergono, su quali parti di te si attivano oppure si chiudono.

Perché a volte è proprio lì che succede qualcosa di interessante.

Non tanto nel suono in sé, ma nella relazione che si crea con ciò che il suono mette in movimento.

E allora forse la domanda non è cosa significhi questa musica, ma cosa rende possibile ascoltare, dentro di te, mentre la incontri.

È una differenza sottile, ma cambia completamente il punto di vista.

Perché a quel punto la musica non è più qualcosa che arriva dall’esterno,
ma diventa uno spazio in cui puoi osservarti, riconoscerti, magari anche sorprenderti.

E forse è proprio in quel momento che Translational Music, senza bisogno di parole, inizia davvero a parlare.

Con gratitudine,
Emiliano

https://www.emilianotoso.com/eventi/

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