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Translational Music, corpo e memoria tessutale: il lavoro di Andrea Bonollo

Musica, corpo e memoria tessutale: il lavoro di Andrea Bonollo con Translational Music

Un racconto tra ascolto del corpo, memoria tessutale e integrazione tra musica e trattamento

Ho conosciuto Andrea Bonollo attraverso il suo lavoro, prima ancora che di persona.
Andrea è un massoterapista che negli anni ha ampliato il suo percorso integrando tecniche di ascolto profondo del corpo: Terapia CranioSacrale secondo Upledger (Cranio-sacrale Upledger Italia)
, Approccio Meningeo (Instituto Perez Battle) e, più recentemente, il metodo di Polarizzazione energetica OKuni di Isabel Diaz Cano 

Quello che mi ha colpito subito non è stato l’elenco delle tecniche, ma il modo in cui Andrea parla del corpo: non come qualcosa da correggere, ma come qualcosa da ascoltare.

Il corpo ricorda

Nel lavoro di Andrea c’è un presupposto semplice e allo stesso tempo potente:
il corpo conserva memoria.

Una memoria che non è solo fisica, ma anche emotiva. Un trauma, uno spavento, una perdita possono lasciare una traccia nei tessuti, proprio come un incidente o una caduta. Andrea parla di memoria tessutale: un adattamento che il corpo mette in atto per proteggersi e continuare ad andare avanti.

Il suo ruolo non è quello di “curare” in senso classico. Andrea si definisce un facilitatore.
Facilita l’ascolto, facilita il rilascio, accompagna un processo che il corpo, se messo nelle condizioni giuste, è già in grado di compiere.

Mi ha colpito molto un’immagine che usa spesso: il facilitatore è come un genitore che tiene il sellino mentre il bambino impara ad andare in bicicletta. Non pedala al posto suo. Lo accompagna finché non trova il proprio equilibrio.

L’incontro con Translational Music

Andrea ha incontrato la mia musica inizialmente come paziente, nello studio di sua madre, fisioterapista. Fin da subito ha percepito una differenza: non solo rispetto ad altri brani accordati a 432 Hz, ma nel modo in cui il corpo reagiva.

Il momento decisivo è arrivato durante un concerto.
Una delle persone con lui ha vissuto un rilascio somato-emozionale spontaneo, così intenso da dover allontanarsi dal pianoforte. Andrea, invece, si è steso sotto lo strumento. Ascoltava, toccava il pianoforte, sentiva i tessuti muoversi.

Mi ha raccontato che in quel momento ha avuto un’immagine molto chiara: un lettino e un pianoforte nella stessa stanza.

Non una musica di sottofondo, ma una musica che lavora insieme alle mani.

La musica come facilitatore del lavoro terapeutico

Da lì è nata la nostra collaborazione.
Oggi Andrea utilizza la mia musica durante le sedute. I pazienti scelgono il CD senza spiegazioni particolari, spesso guidati solo dall’immagine o dal titolo. È una scelta inconsapevole, ma quasi sempre precisa.

Secondo la sua esperienza, la musica facilita il lavoro terapeutico di circa 20–30%.
Aiuta i pazienti, soprattutto quelli alla prima seduta, a entrare in ascolto delle proprie sensazioni. Ma aiuta anche lui, come operatore, a radicarsi, a essere presente, a entrare subito nello stato di connessione necessario al lavoro.

Questo per me è un passaggio fondamentale: la musica non lavora su qualcuno, ma con qualcuno.

Uno sguardo sulla nuova umanità

C’è una domanda che mi accompagna da tempo.
È una domanda che sento rivolta a me, e che spesso rivolgo alle persone che incontro lungo il cammino.

Come immagini la nuova umanità?

L’ho chiesto anche ad Andrea. Non come provocazione, ma come ascolto.
La sua risposta non è stata teorica né astratta. È nata dall’esperienza quotidiana del corpo, dei tessuti, delle persone che incontra ogni giorno.

Andrea percepisce che stiamo raggiungendo una sorta di massa critica: un punto in cui sempre più persone iniziano a sentire che non siamo fatti solo di materia, ma che esiste una dimensione più sottile, altrettanto reale. Una dimensione che non esclude la razionalità, ma la integra.

Secondo lui – e sento che è una visione che condivido – la nuova umanità non sarà una rottura, ma un’integrazione. Un incontro tra emisfero destro e sinistro, tra intuizione e ragione, tra scienza ed esperienza. Un po’ come accade già in altre culture, dove la cura della persona non separa ciò che è misurabile da ciò che è percepibile.

Ascoltandolo, ho avuto la sensazione che questa nuova umanità non sia qualcosa da costruire nel futuro, ma qualcosa che sta già emergendo, silenziosamente, nel lavoro quotidiano di chi sceglie di ascoltare prima di intervenire.

Ascoltare, prima di fare

Quello che porto a casa da questo incontro è una conferma: quando l’ascolto è reale, il corpo risponde.

La musica, in questo contesto, non è un’aggiunta.
È un linguaggio che parla direttamente ai tessuti, senza passare dalle parole.

Ed è lì, in quello spazio di ascolto, che iniziano i cambiamenti più autentici.


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